1. Massicci riconoscimenti giuridici ma una scarsa tutela reale.
Tutti gli Stati membri dell’Unione Europea (UE) hanno ratificato i trattati internazionali e le convenzioni che riconoscono e proteggono esplicitamente il diritto all’abitazione : la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 25), il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (art. 11), la Convenzione sui diritti dell’infanzia (art. 27), la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (artt. 14 e 15) e la Carta Sociale Europea, nel testo riveduto (in specie artt. 16, 30 e 31). Essi hanno pure ratificato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e la più recente Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (la c.d. Carta di Nizza), che ha acquisito piena efficacia con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Queste ultime, tuttavia, non dedicando specifiche disposizioni al diritto di cui si tratta , tendono soltanto per approssimazione agli stessi standard di tutela degli altri atti internazionali menzionati, grazie all’impegno delle rispettive Corti.
Malgrado il massiccio riconoscimento giuridico apprestato formalmente, sul piano del diritto internazionale e sovranazionale, spesso rafforzato dalle Costituzioni e dalle legislazioni nazionali, nonché dalla giurisprudenza delle Corti europee, costituzionali e dei giudici comuni, il diritto all’abitazione è in realtà scarsamente tutelato.
In Europa la crisi abitativa colpisce ormai 70 milioni di persone mal alloggiate, di cui circa 18 milioni sotto sfratto e 3 milioni senza tetto. Tale numero sta ulteriormente aumentando a causa degli effetti della crisi finanziaria globale, che sta facendo perdere casa, a livello europeo, a circa 2 milioni di famiglie, in specie per morosità dei mutui. La crisi è poi aggravata dalla libera circolazione degli investimenti speculativi in seno all’UE, dalle privatizzazioni del settore abitativo pubblico e sociale , dalla mercantilizzazione del mercato abitativo, anche nella maggior parte dei nuovi Stati membri, dalle migrazioni e dagli insediamenti urbani non equilibrati, e ha come risultato, tra l’altro, un enorme approfondimento delle disuguaglianze e della segregazione sociale intra-urbana, che colpiscono i giovani, gli anziani, i disoccupati, i poveri, i migranti, ma anche le famiglie a reddito medio. Questa situazione, esattamente all’opposto dell’inclusione sociale che si vorrebbe ottenere all’interno dell’UE, porta ad emarginazione, precarizzazione e segregazione sociale; sviluppa disuguaglianza, speculazione e corruzione.
Tali conseguenze non possono ovviamente essere affrontate soltanto dai singoli Stati membri, a causa dei tagli di bilancio imposti dai meccanismi di controllo dell’Euro e dalle politiche monetarie della Banca Centrale Europea; in ragione della bassa imposizione fiscale, prediletta nelle politiche di mercato dell’UE, per via degli alti costi per migliorare gli standard nei nuovi Stati membri e a causa della globalizzazione dei mercati finanziari e del lavoro. Senza una coraggiosa redistribuzione delle risorse necessarie, ben poco potrà essere fatto dagli attori istituzionali che, spesso a livello territoriale sub-nazionale e decentralizzato, recano in concreto la responsabilità delle politiche urbane e abitative.