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La prolungata incapacità del sistema politico italiano di funzionare con efficienza, onestà e normalità democratica ha generato il ben noto diffuso malessere della Repubblica, che – senza peraltro lasciare del tutto indenni neppure gli organi di garanzia (con riguardo all’interventismo del presidente e al rinnovato centralismo statalista della corte costituzionale) – ha investito soprattutto le istituzioni di indirizzo politico dello stato e delle regioni. Per queste ultime, paradossalmente, la riforma del Titolo V del 2001 si è rivelata addirittura un boomerang in tanto in quanto essa abbia contribuito a mettere in evidenza – malgrado le poche eccezioni – la loro prevalente povertà di capacità di governo.
In questo quadro desolato e desolante, compete tuttavia alla potestà di revisione costituzionale dello stato – nonostante esso stesso sia, proporzionalmente, il malato più grave – esercitare il ruolo di terapeuta dei mali della Repubblica. Si tratta, evidentemente, di un ruolo da seguire con attenzione ed impegno e senz’altro da sostenere, se non altro in quanto ogni via alternativa equivarrebbe ad una violazione dell’ordine costituzionale che, di questi tempi, potrebbe portare la Repubblica a vivere esperienze che si pensava fossero sepolte per sempre.
È dunque con tale atteggiamento che occorre partecipare alla sollecitazione dell’AIC in ordine al nuovo (ed ennesimo?) Cantiere delle riforme istituzionali, con riguardo soprattutto – in questa sede – ai temi della revisione dell’ordinamento regionale e della riforma del bicameralismo, con la formazione di un senato delle regioni, anche con un fugace riferimento alle prospettive di credibilità del metodo delle riforme stesse.