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Tra giurisprudenza inglese e diritti europei: quattro sentenze della nuova Supreme Court

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INTRODUZIONE: Istituita dal Constitutional Act del 2005, la Supreme Court ha uno scopo ambizioso: realizzare una più marcata distinzione tra i poteri dello Stato e assicurare così una maggiore garanzia dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Convenzione europea, che è divenuta applicabile nell’ordinamento inglese in seguito allo Human Rights Act del 1998. Quest’ultima legge ha rappresentato una vera e propria rivoluzione per l’ordinamento inglese, non solo perché lo ha fornito di un catalogo scritto di diritti fondamentali, quelli della CEDU, ma anche perché ha previsto una sorta di judicial review of the law. Lo Human Rights Act (1998), infatti, ha stabilito che le leggi britanniche devono essere lette e applicate dai giudici in un modo che sia compatibile con (il giurista italiano direbbe «conformemente a») i diritti garantiti dalla Convenzione (sec. 3), tenendo conto della giurisprudenza di Strasburgo (sec. 2). 

Se però le disposizioni nazionali, in virtù del loro tenore letterale, risultano inconciliabili con le norme convenzionali, le Corti inglesi (non solo la Supreme Court, ma anche le Corti d’Appello e persino le High Courts) possono emanare una «declaration of incompatibility» (sec. 4). Questa dichiarazione non priva le norme della loro validità e non produce effetti nel giudizio in cui è stata emessa, tuttavia il governo può con un proprio atto apportare le modifiche necessarie ad armonizzarle con la Convenzione (sec. 10) e, a quanto risulta, sinora vi ha sempre provveduto (e fatta salva, naturalmente, la possibilità che sia il Parlamento stesso a emendare la legge dichiarata incompatibile con la CEDU). Nella terra della Sovereignity of the Parliament – in cui al legislatore dell’oggi non è consentito vincolare quelli di domani – il fatto che le Corti possano sottoporre la legge al loro giudizio costituiva senza dubbio una vera e propria rivoluzione.

Tuttavia, la possibilità di sindacare le leggi alla luce dei diritti fondamentali risultava sminuita, anche simbolicamente, dal fatto che la suprema istanza giurisdizionale del Paese esercitata anche la funzione legislativa e, quindi, appariva priva della necessaria terzietà. Come è noto, la House of Lords, che era posta al vertice del sistema giudiziario britannico, con la competenza principale di giudicare sulle impugnazioni proposte nei confronti delle decisioni emesse dalle Corti d’Appello, costituisce uno dei due rami di cui si compone il Parlamento inglese. All’esigenza di assicurare una maggiore indipendenza al supremo giudice del Paese ha dato risposta il Constitutional Reform Act del 2005 (sec. 23 e ss.), con l’istituzione di una Supreme Court totalmente separata dal Parlamento, al quale sono state attribuite le competenze giurisdizionali in precedenza esercitate dalla House of Lords. Per ora, gli elementi di discontinuità rispetto al sistema precedente sono relativamente tenui: si pensi che la Supreme Court è composta dagli stessi Law Lords che costituivano il Judicial Committee, l’organo della House of Lords che ne esercitava in concreto le funzioni giudiziarie. Nonostante questo c’era una comprensibile curiosità intorno alle prime pronunce del nuovo collegio, che ha inaugurato i lavori il 1 0ttobre 2009.

Questo contributo esamina quattro delle prime sentenze emesse dalla Supreme Court, ponendo una particolare attenzione alle modalità con le quali essa applica la legislazione nazionale alla luce delle norme della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e della giurisprudenza della Corte di Strasburgo. Il tema riveste un interesse particolare per i giuristi italiani che, a seguito della riforma costituzionale che ha modificato l’art. 117.1 Cost. e delle sentenze 348 e 349 del 2007 della Corte costituzionale, sono chiamati a tener conto dei diritti garantiti dalla CEDU e della giurisprudenza della Corte europea. In particolare, i giudici comuni hanno l’obbligo da un lato di interpretare le leggi italiane conformemente alle norme convenzionali, dall’altro di sollevare questione di legittimità costituzionale quando quest’operazione non sia possibile, dato il tenore letterale delle disposizioni nazionali applicabili. La Corte costituzionale, dal suo canto, deve interpretare le norme CEDU per utilizzarle quale parametro interposto nel giudizio di costituzionalità ex art. 117.1 Cost. 

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