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Ormai è crollato anche il requisito costituzionale della "immediata presentazione" del decreto-legge alle Camere per la conversione (prendendo spunto dal D.L. n. 98 del 2011)

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1. Forse in pochi hanno posto attenzione al preambolo dell’attesissimo (come tutti i decreti-legge omnibus) decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”. Soprattutto al penultimo capoverso che recita “Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 30 giugno 2011”.
Pensiamoci un attimo: come è mai possibile che venga pubblicato in Gazzetta ufficiale e presentato alle Camere il 6 luglio un decreto-legge adottato dal Consiglio dei ministri sei giorni prima?
Ma la Costituzione non impone che il Governo quando adotta decreti-legge “deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere”?
A mio avviso questa anomalia va inquadrata nella più ampia “mutazione genetica” che il decreto-legge ha subìto.
Già da quarant’anni la dottrina ha lucidamente rilevato come il decreto-legge sia divenuto uno strumento molto diverso da quello previsto nell’art. 77 Cost. Sono ben note le magistrali definizioni di Predieri che vedeva il decreto-legge come “disegno di legge governativo rafforzato dalla posizione costituzionale dell’atto che ne consente l’imme¬diata operatività ... e impone un corso rapido” e di Paladin che rilevava come “il decreto-legge si riduce in sostanza ad una anomala proposta che il Governo sottopone alle Camere, sia pure per darle immediata esecuzione” (PREDIERI, Il Governo colegislatore, in CAZZOLA – PREDIERI - PRIULLA, Il decreto-legge fra Governo e Parlamento, Milano, 1975, XX; PALADIN, Gli atti con forza di legge nelle presenti esperienze costituzionali, in Giur. Cost., 1974, 1525).
Da allora questa anomalia non ha fatto che aggravarsi, per il cattivo funzionamento del Parlamento, l’indebolimento delle maggioranze governa¬tive e la crescente instabilità politica. In fondo, la grave difficoltà di produrre norme mediante leggi ordinarie è stata fronteggiata e aggirata – indifferentemente dalla colorazione politica dei vari governi – con un utilizzo della decretazione d’urgenza sempre più lontana dall’impianto costituzionale.
Il “disegno di legge rafforzato” è riuscito ad eludere uno ad uno tutti i requisiti in cui i Costituenti pensavano di aver ingabbiato – in una sorta di «camicia di Nesso» - il decreto-legge (il paragone mitologico, riprendendo le suggestioni di Ruini, è di TARCHI, R., Incompetenza legislativa del Governo, interposizione del Parlamento e sindacato della Corte costituzionale, in Giur. Cost., 1988, II, 942).
L’art. 77, 2° comma, Cost. come ben noto recita “Quando, in casi straordinari di necessità e d'urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni”.
A ben vedere oggi non è più vero – come tutti ben sappiamo - che debbano ricorrere “casi straordinari di necessità e d'urgenza”, in quanto i decreti sono emanati non certo per fronteggiare ipotesi imprevedibili in cui sia indispensabile intervenire con urgenza, con la consapevole condiscendenza di tutti gli attori istituzionali (ciascuno nel suo ruolo Governo, Parlamento, Presidente della Repubblica e finanche la Corte costituzionale, che solo in due isolati casi ha annullato un decreto per carenza dei presupposti: cfr. sent. n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008).
 

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