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Profili problematici di un ordinamento multilivello di protezione dei diritti fondamentali. I sistemi nazionali di giustizia costituzionale alla prova del diritto dell’Unione europea

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Interpellata in merito alla compatibilita? con l’ordinamento comunitario di una regola processuale come quella allora vigente nell’ordinamento italiano, che imponeva al giudice nazionale di chiedere alla Corte costituzionale una dichiarazione di incostituzionalita? delle norme interne incompatibili con norme europee adottate anteriormente nel tempo e, per questa ragione, contrastanti con la norma costituzionale deputata a legittimare l’adesione dello Stato alla Comunita? europea, con una decisione divenuta celebre la Corte di giustizia dell’Unione europea statui? che “il giudice nazionale, incaricato di applicare, nell’ambito della propria competenza, le disposizioni di diritto comunitario, ha l’obbligo di garantire la piena efficacia di tali norme, disapplicando all’occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale, anche posteriore, senza doverne chiedere o attendere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale” (Corte di giustizia, sentenza 9 marzo 1978, causa C-106/77). Tale pronunciamento, come e? noto, rappresento? una tappa rilevantissima del continuo processo interno di assestamento dei rapporti tra organi titolari del potere legislativo, organi titolari del potere giurisdizionale comuni e organi titolari del potere di sindacare la legittimita? costituzionale delle leggi: di li? a pochi anni, infatti, la Corte costituzionale italiana si discosto? dall’orientamento precedentemente assunto e, conformandosi al principio processuale formulato nella sentenza appena ricordata, invito? i giudici nazionali a non applicare norme interne contrastanti con norme europee direttamente applicabili o dotate di efficacia diretta, escludendo che essi dovessero chiamarla in causa per ottenere una declaratoria di incostituzionalita? delle prime (Corte costituzionale, sentenza 5 giugno 1984, n. 170).

 

Oggi, a distanza di piu? di trent’anni dall’affermazione di quello storico principio, il tema dell’incidenza del diritto europeo sulle regole interne recanti la disciplina delle competenze degli organi giurisdizionali comuni e degli organi preposti alla garanzia delle Costituzioni nazionali, nonche? dei loro reciproci rapporti, si appresta ad essere discusso nuovamente nelle aule di Palazzo del Kirchberg. L’organo garante dell’ordinamento giuridico europeo, infatti, e? stato chiamato a pronunciarsi sulla compatibilita? con il diritto dell’Unione europea di talune previsioni dei sistemi di giustizia costituzionale recentemente approvate dal Belgio e dalla Francia che – stando all’interpretazione datane dagli organi rimettenti – imporrebbero ai giudici nazionali, nelle ipotesi in cui si profili un contrasto tra norme interne e diritti garantiti dalle rispettive Costituzioni e, ad un tempo, dall’ordinamento dell’Unione europea, di interpellare prioritariamente le Corti costituzionali. Piu? precisamente, mediante due rinvii pregiudiziali proposti nell’aprile del 2010, la Cour de Cassation francese ha domandato se l’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea osti a una regolamentazione che – come al giudice rimettente sembra fare l’ordonnance n. 58-1067 del 7 novembre 1958, come modificata dalla loi organique n. 2009-1523 di attuazione del nuovo art. 61-I della Costituzione francese – imponga ai giudici di ultima istanza di sottoporre ai giudici costituzionali la questione di legittimita? costituzionale trasmessa loro dai giudici di grado inferiore, nella misura in cui la non conformita? a (diritti garantiti dalla) Costituzione della disposizione di diritto interno controversa discenda dal suo conflitto con (diritti tutelati ne) l’ordinamento dell’Unione (cause riunite C-188/10 e C-189/10). Pochi mesi prima un interrogativo analogo era stato sollevato dal Tribunal de premie?re instance de Lie?ge, il quale ha chiesto all’organo garante dell’ordinamento dell’Unione europea se l’art. 6 del Trattato sull’Unione europea e l’art. 234 del Trattato che istituisce la Comunita? europea (oggi, rispettivamente, art. 6 del Trattato sull’Unione europea e art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) si oppongano a una legge nazionale – come quella belga del 12 luglio 2009 – che prescriva al giudice comune di adire in via preliminare l’organo cui compete in via esclusiva il sindacato di legittimita? costituzionale nell’ipotesi nella quale una legge interna sia idonea a violare tanto un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione nazionale quanto un principio generale dell’Unione sub specie di diritto sancito nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti e delle liberta? fondamentali (causa C-457/09), “senza che tale giudice possa assicurare immediatamente l’effetto diretto del diritto comunitario nella controversia di cui e? investito”.

 

E? interessante osservare che le domande di pronuncia pregiudiziale proposte dal giudice belga e da quello francese hanno inquadrato il tema della compatibilita? tra norme processuali costituzionali interne e norme europee in una prospettiva parzialmente diversa da quella che era stata assunta nell’ordinanza di rimessione del Pretore di Susa nel caso Simmenthal e abbracciata dalla stessa Corte di giustizia nella conseguente pronuncia. In quella occasione, come e? noto, il giudice rimettente aveva censurato il meccanismo ideato dalla Corte costituzionale italiana – in base al quale i contrasti tra norme comunitarie aventi efficacia diretta e norme nazionali assunte successivamente nel tempo avrebbero dovuto dare luogo a decisioni di illegittimita? costituzionale delle seconde – in quanto esso istituiva, sia pure solo temporaneamente, un ostacolo alla piena efficacia delle norme comunitarie, che avrebbero potuto essere applicate solo in seguito alla rimozione delle norme interne ad opera della Corte costituzionale. Nei casi in esame, invece, i giudici rimettenti sembrano suggerire che le norme processuali interne possano costituire un ostacolo permanente alla piena efficacia del diritto comunitario: cio? in quanto, in forza di dette norme, i giudici a quibus devono riconoscere carattere definitivo e vincolante alle decisioni assunte dalle rispettive Corti costituzionali, sia quando si traducano in una declaratoria di illegittimita? costituzionale delle norme impugnate (in tale ipotesi non potendo i giudici piu? applicare dette norme al caso ne? tanto meno sollevare questioni pregiudiziali di interpretazione di norme europee che siano correlate a quelle) sia quando diano luogo a pronunce di legittimita? costituzionale (in tale ipotesi non potendo i giudici attribuire alle norme in questione una interpretazione diversa da quella accolta dai giudici costituzionali).  

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