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LIMITE DELLA ARMONIA CON LA COSTITUZIONE E LEGGI ORDINARIE DELLO STATO NELLA SENTENZA N. 198/2012 DELLA CORTE COSTITUZIONALE

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1 – E’ risaputo che nel periodo precedente la riforma dell’autonomia statutaria da parte della legge costituzionale n. 1 del 1999, la dottrina aveva incontrato non poche difficoltà nel ricostruire i rapporti tra gli statuti regionali e le leggi ordinarie dello Stato. Ciò in quanto l’art. 123 Cost. dettava in proposito una formula decisamente equivoca, quale quella secondo cui gli statuti avrebbero dovuto essere “in armonia … con le leggi della Repubblica”   .
Le interpretazioni di tale previsione che furono avanzate in dottrina possono essere schematicamente suddivise in cinque filoni (anche se a costo di una certa forzatura, resa però necessaria dal fatto che sarebbe qui fuori luogo ripercorrere analiticamente tutte le opinioni dottrinali). Il primo era costituito dalla tesi - massimamente restrittiva dell’autonomia statutaria, e ben presto completamente trascurata in dottrina - secondo cui il limite della armonia con le leggi della Repubblica avrebbe significato, semplicemente, la subordinazione gerarchica degli statuti regionali alle leggi ordinarie dello Stato  ; al secondo aveva dato luogo l’opinione - viceversa massimamente rispettosa dell’autonomia statutaria, e che col tempo incontrò largo consenso nella dottrina, nonostante fosse stata esplicitamente respinta da una nota pronuncia della Corte costituzionale (sentenza n. 40 del 1972) - secondo la quale le leggi dello Stato con cui gli statuti erano tenuti ad armonizzarsi sarebbero state solo quelle espressamente abilitate dal Titolo V della Costituzione a disciplinare materie connesse con l’organizzazione regionale  ; il terzo filone era invece formato da quanti ritenevano che il vincolo della armonia con le leggi della Repubblica implicasse la subordinazione degli statuti ai principi della legislazione dello Stato, pur variamente identificati: dai “principi più generali che informano l’ordinamento legislativo dello Stato nel suo complesso”  , ai principi fondamentali che lo Stato avrebbe potuto stabilire attraverso una apposita legge “cornice” in materia di organizzazione regionale  ; al quarto aveva dato luogo la tesi secondo cui il limite della armonia - essendo riferito non solo alle leggi della Repubblica, ma pure alla Costituzione - avrebbe dovuto essere interpretato in termini unitari, e segnatamente nel senso di obbligare gli statuti a riprodurre a livello regionale le soluzioni, legislative e costituzionali, caratterizzanti analoghi aspetti dell’organizzazione statale  ; il quinto filone, infine, era rappresentato da quanti ritenevano che la formula della armonia con le leggi della Repubblica (e con la Costituzione) configurasse un limite non di legittimità, ma di merito, indicando il parametro secondo il quale le Camere avrebbero dovuto effettuare il controllo che era ad esse demandato dall’art. 123 Cost. in occasione dell’approvazione degli statuti  .   

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