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A PROPOSITO DELLA COMPOSIZIONE DEL SENATO DELLE AUTONOMIE

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Mi preme in primo luogo sottolineare come lo spirito del mio intervento è mosso da uno spirito di fattiva collaborazione rispetto alla proposta del Governo.
Dopo il lungo periodo che ha caratterizzato questa travagliata stagione delle riforme è, infatti, giunto il momento di abbandonare obiezioni e riserve sulla necessità/opportunità delle modifiche oggi in discussione. Merita, piuttosto, a nostro avviso, contribuire alla loro migliore fattura e, abbracciando un sano pragmatismo, rinunciare a proporre posizioni predeterminate (giuste o sbagliate che siano), che tentino di reimpostare il problema secondo visioni e prospettive che non coincidono con quelle che oggi caratterizzano il disegno governativo.
Che, d’altra parte, il nodo delle riforme debba essere definitivamente sciolto, lo dimostra non solo l’impegno profuso in questi lunghi anni da studiosi e politici nel tentativo di rivedere ed aggiornare i nostri meccanismi istituzionali; lo dimostrano non solo i ripetuti appelli e il fattivo contributo offerto in tal senso dalla massima carica dello Stato; lo dimostra non solo l’esempio che proviene da paesi a noi vicini che hanno da tempo risolto i loro problemi; lo dimostrano, non solo tutte queste indiscutibili ragioni, ma soprattutto la “sofferenza” che ormai esprime il nostro ordinamento, sempre più incapace di rispondere con urgenza ed efficienza alle domande che provengono dalla società e dal Paese e, prima ancora, dall’ Europa.
L’unico vero rammarico è quello di vedere abbandonato il disegno perseguito dal Governo Letta di por mano ad un processo di revisione costituzionale che, nell’ottica del più elementare criterio metodologico, cercava di ricomprendere, in un’unica, armonica soluzione (come, invece, non accade oggi) profili non facilmente dissociabili in soluzioni distinte ed autonome e, quindi, disgiunti da una logica unitaria che possa determinarne un più solido fondamento istituzionale: la riforma del bicameralismo e del titolo V, ma anche e allo stesso tempo, una modifica della legge elettorale inserita all’interno del cambiamento della forma di Governo.
Ma, come dicevo, non è più il tempo di recriminazioni e polemiche. D’altra parte, il progetto di cui oggi si discute, ben lontano dall’essersi per l’ennesima volta abbandonato a nuove ed insidiose fantasie riformatrici, ha piuttosto optato per una saggia riconsiderazione di ciò che nel tempo è stato più condiviso,  formulando proposte che risultano nella sostanza generalmente apprezzabili.
Dei molti temi fino ad ora trattati in questo incontro, mi preme soffermarmi sulle questioni relative alla proposta di modifica del nostro sistema bicamerale; proposta certo non immune da critiche e riserve, già ampiamente formulate da più parti in dottrina, ma non certo priva di elementi positivi: la diminuzione del numero dei parlamentari, la differenzazione della rappresentanza tra le due Camere, la razionalizzazione del rapporto fiduciario e la semplificazione, infine, del processo legislativo.

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