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MERITO E METODO: A PROPOSITO DI UNA RECENTE SENTENZA PRO LIBERTATE

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Nelle scorse settimane, il tema dei rapporti tra libertà personale e processo penale ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica anche (e forse soprattutto) per via di una pronuncia giudiziaria, oggetto di reazioni veementi fuori e dentro il circuito politico-mediatico.
La sentenza è quella emessa il 20 gennaio dalla Terza Sezione penale della Corte di cassazione che, chiamata a pronunciarsi su un aspetto cruciale del regime cautelare operante per reati particolarmente gravi, ha esteso in sede interpretativa ai procedimenti per violenza sessuale di gruppo (art. 609-octies CP) una regula iuris recentemente imposta dalla Corte costituzionale quanto ai procedimenti concernenti altri reati: punto di riferimento, per l’esattezza, la sent. 265/2010, dichiarativa dell’«illegittimità costituzionale dell’art. 275, comma 3, secondo e terzo periodo, del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 […] nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui agli articoli 600-bis, primo comma, 609-bis e 609-quater del codice penale, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure» (la sentenza –pubblicata, nella sua motivazione “in diritto”, in LP 2010, 559- è analizzata da E. MARZADURI, Disciplina delle misure cautelari personali e presunzioni di pericolosità: un passo avanti nella direzione di una soluzione costituzionalmente accettabile, ibidem, 499 ss.).
 

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Codice ISSN 2039-8298 (Online). La Rivista dell'Associazione Italiana dei Costituzionalisti è inoltre registrata presso il Tribunale di Roma - n.339 del 05.08.2010.
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