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I RESPINGIMENTI NEL MEDITERRANEO TRA DIRITTO DEL MARE E DIRITTI FONDAMENTALI

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Nota a C. eur. dir. uomo, Grande Camera, 23.2.2012, Hirsi Jamaa e altri c. Italia

Sommario: 1. La sentenza della Grande Camera Hirsi Jamaa e altri c. Italia. – 2. I profili di novità della sentenza Hirsi nel panorama della giurisprudenza di Strasburgo. – 3. I respingimenti in mare come strategia di contrasto alle migrazioni clandestine. – 4. I limiti al potere statale di respingimento in alto mare: a) il principio del non-refoulement. – 5. (segue): b) il divieto di espulsioni collettive. 6. Conclusioni: i diritti fondamentali nell’accordo italo-libico stipulato il 3 aprile 2012.

1. La sentenza della Grande Camera Hirsi Jamaa e altri c. Italia
Il 6 maggio 2009 tre barche provenienti dalla Libia con a bordo circa duecento migranti venivano intercettate nelle acque internazionali a sud di Lampedusa, mentre cercavano di raggiungere clandestinamente le coste italiane. Le autorità di frontiera – Guardia Costiera e Finanza – trasferivano gli stranieri sulle proprie imbarcazioni e li riconducevano immediatamente a Tripoli, consegnandoli alle forze dell’ordine libiche.
Il 23 febbraio 2012, con la sentenza che si commenta, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia in relazione a quell’operazione di respingimento in mare (cd. push back).
I giudici di Strasburgo, dopo aver rilevato che il respingimento si era svolto sotto la giurisdizione dello Stato italiano, hanno riscontrato la violazione degli artt. 3 CEDU, 4 del Protocollo n. 4, e 13 CEDU, così accogliendo all’unanimità il ricorso presentato da alcuni dei migranti coinvolti (tredici eritrei e undici somali).
A ciascuna delle vittime è stato riconosciuto un danno non patrimoniale pari a 15.000 euro, e il Governo italiano è stato altresì condannato a intraprendere ogni azione necessaria per ottenere dalle autorità libiche la garanzia che le persone respinte non saranno sottoposte a trattamenti incompatibili con l’art. 3 CEDU.
I passaggi fondamentali della sentenza possono essere riassunti come segue.

a) la giurisdizione italiana sul respingimento in alto mare (§ 63 - 82)
L’operazione di respingimento si era svolta in alto mare – vale a dire in acque internazionali – in particolare all’interno della SAR (Search and Rescue Region) maltese.
La Corte osserva tuttavia come, nel periodo compreso tra l’imbarco sulle navi italiane e la consegna alle autorità libiche, i ricorrenti si erano trovati sotto il controllo esclusivo di un equipaggio italiano (controllo de facto), a bordo di imbarcazioni battenti la bandiera italiana (controllo de jure).
Ciò è sufficiente, sulla base dei principi di diritto internazionale, ad affermare la giurisdizione dello Stato convenuto, senza che in alcun modo rilevino – come invece prospettato dal Governo – la natura e lo scopo dell’intervento: sulla scorta di tali considerazioni la Corte giudica infondato l’argomento – posto alla base dell’eccezione governativa sul difetto di giurisdizione italiana – secondo il quale l’obbligo di prestare soccorso in mare non potrebbe, di per sé, determinare quel particolare collegamento tra Stato e persone dal quale deriva la giurisdizione del primo sulle seconde.
In conclusione – dopo aver richiamato i propri precedenti conformi in tema di applicabilità extraterritoriale dalla Convenzione – la Corte afferma il principio secondo cui anche il respingimento in alto mare costituisce un’ipotesi di esercizio extraterritoriale della giurisdizione, idoneo a determinare, ai sensi dell’art. 1 della Convenzione, la responsabilità dello Stato contraente per il mancato riconoscimento dei diritti in essa sanciti.
 

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