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LA LIBERTÀ DI MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO TRA VERITÀ NORMATIVA, VERITÀ PROCESSUALE E VERITÀ STORICA: A PROPOSITO DELLA PRIMA DECISIONE DEL CONSEIL CONSTITUTIONNEL SULLE C.D. LOIS MEMORIELLES

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1. La decisione del Conseil constitutionnel sulla legge relativa all’incriminazione delle condotte di contestazione o minimizzazione dell’esistenza di uno o più crimini di genocidio «riconosciuti come tali dalla legge francese» tocca uno dei punti più sensibili dei moderni ordinamenti costituzionali, quello, cioè, dei limiti alla libertà di manifestazione del pensiero. La centralità del tema è tale – e tanto nota – che pare persino superfluo insistervi. Poche citazioni siano quindi sufficienti, in questa sede, a richiamarne l’importanza.
L’art. 11 della Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 1789 stabilisce che «la libera comunicativa dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo».
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha a più riprese affermato che la «liberté d’expression constitue l’un des fondements essentiels de toute société démocratique, l'une des conditions primordiales de son progrès et de l’épanouissement de chacun» (cfr., ex multis, sentenza 16 luglio 2009, Feret c. Belgio, ricorso n. 15615/07).
Lo stesso Conseil constitutionnel, dal canto suo, non ha mancato di rilevare, in passato, che la libertà di espressione è una libertà fondamentale «d’autant plus précieuse que son existence est une des garanties essentielles du respect des autres droits et libertés» (cfr. DC 29 luglio 1994, n. 94-345).
La perentorietà di tali assunti, normativi e giurisprudenziali, non deve tuttavia far dimenticare ciò che a legislatori e giudici è comunque ben chiaro : il fatto, cioè, che nemmeno questa libertà può essere concepita in termini assoluti, poiché anch’essa – ancorché essenziale – può soffrire di alcune limitazioni.
Ciascuna delle precedenti citazioni trova il suo contraltare in altrettante affermazioni che fanno emergere la dimensione relativa della stessa libertà di manifestazione del pensiero. In primo luogo, la Déclaration des droits de l’hommes et des citoyens precisa, all’art. 11, con una formula destinata a riecheggiare quasi due secoli dopo nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che «ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge» (corsivo aggiunto). L’eco di questa norma – si diceva – sembra proiettarsi sino al cuore dell’odierna Convenzione europea, non tanto nell’art. 10, comma 2 , quanto piuttosto nella regola di cui all’art. 17, in cui trova formulazione generale il principio del divieto di abuso del diritto .
La Corte di Strasburgo, sulla base delle due citate disposizioni, ha nel tempo cercato di definire i limiti dell’esercizio di tale libertà, con una giurisprudenza che se per ragioni evidenti non è possibile ripercorrere in questa sede, è giunta comunque, in certi casi, a rigettare ricorsi di individui che erano stati condannati (talvolta anche in sede penale) per fatti compiuti nell’esercizio (ritenuto abusivo) della propria libertà di espressione .
 

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