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NOTE SULLE CONCLUSIONI DELLA CONFERENZA DI BRIGHTON “PER ASSICURARE L’AVVENIRE DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO”

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 1. Un commento all’esito della Conferenza di Alto Livello, tenutasi a Brighton dal 18 al 20 aprile 2012 ad iniziativa della presidenza britannica del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, per assicurare l’avvenire della Corte europea dei diritti dell’uomo, richiede una premessa in due punti. Innanzitutto occorre dar conto di dati quantitativi, necessari per aver chiara la dimensione del problema dell’efficacia della Corte. In secondo luogo è utile accennare ad alcuni dei motivi di tensione e insofferenza da parte degli Stati (e da parte di alcuni di essi in modo esplicito) nei confronti di alcune sentenze della Corte e più in generale nei confronti della Corte stessa. Il senso della Conferenza e del suo esito, dopo quelle analoghe di Interlaken (2010) e di Izmir (2011), va dunque valutato tenendo conto dei due livelli dei problemi posti: da un lato la rivendicazione governativa di un margine maggiore di libertà di condotta nella materia dei diritti fondamentali e dall’altro la discussione di riforme di varia natura tendenti a migliorare il funzionamento del sistema convenzionale. Se in ordine al primo, la richiesta di cui si faceva portavoce il governo britannico, è andata incontro apparentemente ad un mezzo insuccesso, il secondo livello, ricco di eterogenee proposte, va valutato alla luce della dichiarata, conclusiva consapevolezza della necessità di studiare riforme di lungo termine, capaci di ridisegnare il sistema europeo di protezione dei diritti fondamentali. Quelle riforme non potranno evitare il tema del ricorso individuale e del diritto ad esso collegato di ottenere la decisione della Corte. Quest’ultimo è d’altra parte già messo di fatto in discussione dalla pratica, approvata dagli Stati, delle c.d. procedure e sentenze pilota.

2. I dati statistici forniti dalla Corte informano che nel corso del 2011 essa ha registrato 64.500 nuovi ricorsi (il 5% in più del 2010). Di questi 47.300 sono stati preliminarmente valutati come probabilmente destinati a una dichiarazione di irricevibilità (11% in più del 2010) e 17.200 alla trattazione nel merito (meno 9% rispetto al 2010). A fronte di tale flusso in entrata, la Corte nel corso dell’anno 2011, ha complessivamente definito 52.188 ricorsi (27% in più del 2010); di questi 50.677 sono stati dichiarati irricevibili per le ragioni elencate dall’articolo 35 della Convenzione o radiati dal ruolo per sopravvenuto regolamento amichevole (31% in più del 2010) e 1.511 sono stati decisi nel merito con sentenza (meno 42% rispetto al 2010). Dal 1999 (primo anno di funzionamento della Corte dopo la riforma introdotta dal Protocollo n.11) al 2011 il numero dei ricorsi introdotti davanti alla Corte è passato da 8.400 a 64.500. A fine ottobre di quest’anno 2012 pendevano davanti alla Corte 135.350 ricorsi (nel 1999 la pendenza era di 12.600 ricorsi). La tendenza ad aumentare di circa 1.000 ricorsi pendenti al mese è stata invertita nel 2011-2012 come conseguenza della forte crescita del numero delle decisioni di irricevibilità (più 77%). Sono dunque diminuiti i ricorsi irricevibili pendenti in attesa di decisione (i ricorsi che non avrebbero dovuto arrivare alla Corte). Ciò si deve sia a modifiche organizzative e funzionali, sia evidentemente a scelte di impiego delle risorse personali disponibili, gran parte delle quali per il livello di esperienza che le caratterizza non potrebbero altrimenti essere utilizzate.
 

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